Paolo Majolino

Il buon padre di famiglia

L’investimento in bond emessi nei Paesi emergenti in valute locali rappresenta un’alternativa ai bassi rendimenti offerti dai titoli in Euro e USD che comporta all’investitore la percezione di ricevere una buona compensazione in cambio di un rischio ritenuto minimo e conseguentemente accettabile; invero non è esente da rischi per le ragioni che articolo di seguito.

Con un dollaro USA previsto debole e le basse remunerazioni offerte dai Paesi “ricchi” gli investitori (i soli maggiori hanno 71 bilioni di USD in assets obbligazionari), inseguendo rendimenti apprezzabili, stanno spostando una valanga di denaro verso le obbligazioni in valute locali dei Paesi emergenti: protagonisti di un circolo virtuoso di risparmio e crescita.

La frenesia dell’accaparramento (i rendimenti superano il 10%) sottovaluta alcuni aspetti importanti, primo fra i quali il dipendere da norme che ciascun Paese applica ai proprietari-investitori stranieri in assenza di vincoli finanziari internazionali aventi giurisdizioni proprie applicabili in questi Paesi.

E’ altamente probabile che le economie emergenti continuino ad essere protagoniste di un circolo virtuoso di risparmio e crescita, tuttavia, il pieno compimento di un sistema di diritto è qualcosa di ancora molto lontano. La corruzione continua ad essere diffusa a tutti i livelli in Paesi che continuano a calamitare l’attenzione degli investitori: Brasile, India, Indonesia. Questo significa che i potenziali accordi per gestire un eventuale sospensione dei pagamenti non saranno gestiti con le stesse regole che vigono negli Stati Uniti, in Giappone o in alcuni Paesi europei.

La Federal reserve, che è la banca centrale americana ed è privata avendo come azionisti 12 banche delle quali 5 inglesi, il 3 novembre 2010 ha annunciato un previsto acquisto di titoli di Stato americano a sostegno dell’economia USA. Questo significa che questi privati, ai quali è riconosciuto il diritto si stampare il denaro senza alcuna garanzia sottostante, stamperanno 600 miliardi di dollari ed acquisteranno (con il solo costo tipografico della stampa) l’equivalente in titoli di Stato americano, come dire un altro pezzo degli USA, oltre a quelli che già detengono.

Come mai accade tutto questo? Perché non è scritta la verità degli accadimenti?

Perché occorrerebbe chiarire che a monte insiste il problema detto del “Signoraggio”, che può indicarsi, in estrema sintesi, nel fatto che a stampare il denaro siano privati e non gli Stati.

Fatta tale premessa, occorre comunque valutare l’economia detta “reale”, laddove questa deve intendersi ciò che si vuole far accadere da parte dei potentati economici. E’ una economia reale-virtuale perché fondata sull’inganno del Signoraggio, che a monte falsifica il tutto. Nei fatti “reali” accade che il debito pubblico USA sembra ormai incontrollabile per tutta una serie di ragioni tra le quali principalmente che la Cina sta riducendo l’acquisto dei buoni del tesoro americani e negli USA si comincia a parlare apertamente di separazione, con governatori (Texas in testa) che cominciano a paventare le clausole con cui gli Stati hanno aderito all’Unione, ossia adesione con possibilità di recesso. Siamo alla vigilia della fine dell’Unione?

Di fatto c’è che il capitale USA sta abbandonando il Paese per zone che permettono profitti più alti; basti osservare che gli investimenti degli USA all’estero sono arrivati a circa 3.200 miliardi di dollari.

Gli Stati occidentali sono “obbligati” ad aiutare gli Stati Uniti per il loro spaventoso debito pubblico: praticamente 14.000 miliardi di dollari, ai quali si aggiungono decine di migliaia di miliardi di dollari in altre obbligazioni. Parte del debito pubblico statunitense è quindi finanziato dagli Stati esteri per il tramite dell’acquisto di titoli di Stato del tesoro USA ed a marzo 2010 ne detengono per 3.884,60 miliardi di dollari e l’importo è un trend in continuo aumento: 3.071 miliardi a dicembre 2008, 3.689 a dicembre 2009 e – come appena scritto – 3.884 al termine del primo trimestre del 2010.

Il principale Paese detentore di questi titoli di Stato USA è la Cina, che ne detiene il 23,4% del totale; inoltre è il Paese con la più alta riserva internazionale in dollari ed in caso di collasso di questa valuta sarebbe chi più di tutti ci rimetterebbe, oltre agli USA ovviamente, anche se questi e solo questi troverebbero vantaggio dal far diventare competitive le merci made in USA(1); ne consegue che da tempo il Banco Popolare Cinese sta cercando di convincere gli USA (principalmente guardando al proprio interesse di creditore) a cambiare una politica fondata unicamente sull’espansione del debito e l’incremento delle spese militari. La Cina non ha riscontrato atteggiamenti volti a diminuire il debito USA, per converso ha constatato che addirittura con Obama la situazione è peggiorata; presone atto è costretta a tutelarsi da una possibile svalutazione del dollaro: che ridurrebbe l’enorme valore delle sue riserve in dollari, aumentando l’acquisto di oro (pagandolo in dollari!) ed ecco spiegata la ragione del rialzo – senza precedenti – del valore del metallo prezioso negli ultimi tempi. La Cina, altresì, sta investendo i propri dollari in progetti di sviluppo in varie parti del mondo, dall’Asia, all’Africa, all’America Latina, creando in tal modo accordi commerciali che gratificano il suo spendere in questi Paesi e quindi, conseguentemente, rafforzando il suo potere economico con ulteriori scambi economici. Ovviamente non può liberarsi totalmente ed istantaneamente dei dollari tutti e lo sta facendo poco per volta; la stessa azione è attuata con la riduzione del possesso di titoli di Stato USA, dopo aver raggiunto a luglio 2009 titoli pari a 939,90 miliardi di dollari, ha progressivamente ridotto tale quantità giungendo a febbraio 2010 a 877,50 miliardi. L’esempio della Cina, che ha ridotto del 4,76% il possesso di titoli USA, è stato seguito dalla Russia (-15,00%), India (-23,44%), Malesia (-12,00%) ed altri.

Barack Obama, per far fronte a questa improvvisa riduzione di credito da parte di questi Stati, ha chiesto ai Paesi occidentali: in particolare ai Paesi del G7, di farsi carico di questo “ammanco”, aumentando l’acquisto di titoli di Stato del debito USA. Ovviamente quando gli USA chiedono qualcosa ai Paesi alleati, questi completamente succubi della “superpotenza”, si sentono obbligati a rispondere. E così Paesi in forte crisi come il Regno Unito, che proprio a causa della crisi stava monetizzando i soldi investiti all’estero, in particolare i titoli USA, si è visto costretto a distogliere miliardi necessari a mitigare la crisi nel proprio Paese e passarli agli USA. Il Regno Unito, fra dicembre 2008 e luglio 2009 aveva diminuito il possesso di titoli USA da 123,90 a 94,90 miliardi ed invece negli ultimi 8 mesi ha praticamente triplicato tale somma, arrivando ad avere 279 miliardi: come se in questo periodo avesse un enorme surplus di bilancio da investire all’estero! Complessivamente i 6 Paesi, che assieme agli USA conformano il G7, sono passati da 856,80 miliardi di dollari in titoli USA del dicembre 2008 ai 1.253,40 miliardi del marzo 2010 (sic!)

E l’Italia, che ha disposto recentemente una manovra finanziaria supplementare?

L’Italia, a dicembre del 2008, aveva 15,60 miliardi di dollari investiti in titoli USA; oggi ne possiede 20,50 miliardi! Anche se, ad onor del vero, negli ultimi tre mesi ha diminuito di 0,60 miliardi il possesso di tali titoli. C’è da chiedersi allora il perché di una rigida manovra finanziaria da potersi certamente evitare semplicemente attingendo a questi soldi investiti, o per meglio dire prestati agli USA; è una situazione analogamente subita dagli altri Paesi del gruppo!

Il buon padre di famiglia, per USAre una espressione tanto cara e diffUSA nella legislazione italiana, nei periodi di abbondanza mette da parte i soldi per i periodi di magra perché quando giunge il bisogno attinge a questi risparmi messi da parte. Perchè il governo italiano non può comportarsi come il buon padre di famiglia ed attingere ai risparmi investiti in USA?

Il problema vero è che l’Italia e gli altri Paesi occidentali sono letteralmente succubi dei potentati economici, che guidano la regia mondiale per il tramite degli statunitensi, rinunciando alla propria sovranità, oltre che in campo monetario delegando a privati la stampa del denaro necessario, anche a quella della politica economica.

La Spagna, altro paese occidentale in profonda crisi e bisognosa di soldi, ha più che triplicato gli aiuti agli USA: dai 4,20 miliardi di dollari del dicembre 2008, è passata ad avere titoli del debito USA pari a 13,50 miliardi! E così i Paesi di nuova soggezione agli USA, come i Paesi dell’Europa dell’Est, stanno incrementando gli aiuti agli USA. La Polonia, ad esempio, dai 3,30 miliardi di dollari in titoli USA, del dicembre 2008, è passata ad avere 23,40 miliardi, a marzo 2010.

(1) Vi siete chiesti come mai non troviamo negli scaffali dei nostri supermercati prodotti marcati “made in USA” ? Perché sono prodotti costosi che trovano vendita solo negli USA i cui Cittadini hanno il reddito pro capite più alto del mondo. Quindi un dollaro debole non cambia nulla per gli USA in quanto Nazione/Cittadini. Il problema vero è che il vantaggio è delle multinazionali (potentati economici) che rappresentano ricchezze senza nazioni e producendo non negli USA trovano – in particolari periodi – la necessità di stimolare le vendite potendole proporre con un dollaro debole che rende competitivo il binomio vendita/acquisto. Non può tacersi che la Cina, sulla propria moneta tenuta da sempre bassa e sottostimata, ha fondato la propria, forte, economia moderna !

NOTA: I dati indicati sono ufficiali poiché rilevati da quanto il Dipartimento del Tesoro USA comunica ogni metà del mese, riportando quelli relativi ai due mesi anteriori (vedasi: Url: http://www.treas.gov/tic/mfh.txt e scritti ed elaborati di Folliero)

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