Paolo Majolino

Rosarno: non è razzismo, ma pregiudizio di marginalità.

È abitudine non accodarsi al coro immediato di pro o contro ad un accadimento e di far decantare lo stesso in modo da poter valutare e discutere con la serenità portata dalla distanza del tempo che sempre rende l’osservatore terzo non coinvolto emotivamente.
Condivido appieno quanto indicato da Giuseppe De Rita che ha individuato il dante causa non in un atteggiamento razzista, bensì in una supponenza di superiorità degli Italiani.
In serenità e giustezza non è stato chiarito il perché di tale attuale status di supponente superiorità che, a mio sommesso parere, ha origini nella “romanità”, ovvero e meglio nella grandezza di Roma che imponendosi alla quasi totalità del mondo noto, non poteva che instillare nel DNA degli Italici romani il convincimento di una superiorità, che era nei fatti ed incontestabile.

Questo relativismo di grandezza ha poi trovato un posizionamento geografico, un proprio nuovo limite di confini, nel ventennio fascista che richiamava il concetto di una matrice storica di superiorità italiana, nel mentre contestualmente in Germania la matrice era di origine razziale: una matrice di purezza ariana. Si identificava una propria marginalità portata sia da confini territoriali che da condivisione di valenze valoriali condivise.
Questa marginalità concettuale si è geograficamente involuta confinandosi in ambiti di aree pseudo-regionali; tralasciando qui il dibattito di una marginalità senza confini portata da internet poiché la rete promuove  la sincronizzazione dei cervelli, dei pensieri, dei comportamenti. Mi riservo di parlarne diffusamente in un prossimo articolo.

Il crescente relativismo ha privilegiato ancor più la soggettività in danno della collettività ed è il percorso finale di una marginalità di confini che non vanno oltre noi stessi; una marginalità soggettiva che diviene collettiva solo in quanto estensione di comuni interessi, spostando quindi i confini in quel momentaneo territorio così condiviso che racchiude i termini della marginalità.

Quale meccanismo si è innestato a Rosarno che ha scatenato gli eventi?
E’ stata una reazione allo sconfinamento dentro la propria marginalità da parte dei migranti, attuata per il tramite di una contestazione di quest’ultimi che, subendo un evidente torto nel ricevere spari, in un moto d’orgoglio di mera sussistenza, che trascende lo status contingente di evidente ed accettata sottomissione: economica e sociale, hanno inscenato una proposta concreta che ha fatto contestualizzare ai presunti titolari della marginalità del luogo l’ardire di violare questi confini, di essere anche loro facente parte di tale disponibilità di margini e quindi “uguali”.
E’ come aver virtualmente violato il proprio domicilio, inteso proprio come casa, come luogo abitativo esclusivo, dove sono svolte abitudini e consuetudini non destinate ad altri.
Il pregiudizio che qualcuno “altro da noi” possa violare la propria marginalità predispone ad una difesa d’attacco.
E’ l’effettuazione di questa violazione da parte dei migranti che ha scatenato una reazione inconscia ed inconsulta, concettualmente “giustificabile” come atto di difesa dal ritenuto “aggressore” alla propria marginalità, visto diverso ed accettato solo come tale.
Allorquando ho chiarito questo percorso mentale, tra chi ascoltava è emersa una considerazione partecipata. “ …è vero, anche loro sono essere umani come noi…”.
Ho prontamente evidenziato che quel lemma “anche” era proprio la “distanza” prodotta dal pregiudizio.
La comunicazione è anche “distanza”: di abitudini, di linguaggio, di costumi, di riti e miti, di socialità e credenze diverse.
Anche accettando che “… sono esseri umani come noi…” era posto il sottostante pregiudizio di marginalità espresso per il tramite di un anche che poneva i confini di un territorio non condiviso.

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